Lettere dalla Terra Santa
Gerusalemme, città sospesa tra cielo e terra

Gerusalemme, città sospesa tra cielo e terra

17 maggio 2026 · Adriana Sigilli

Cari amici,
Gerusalemme, in questi ultimi giorni, è stata attraversata da sentimenti contrastanti e
potentissimi: amore e odio, preghiera e violenza, speranza e vendetta. È come se tutte le
emozioni del conflitto, che da decenni abitano questa città, si fossero concentrate in
poche ore, riversandosi sulle sue strade, sui luoghi santi e sui volti di chi la vive ogni
giorno.
Eppure, per me, questo tempo era iniziato nel silenzio e nella preghiera. Sul Monte degli
Ulivi, quaranta giorni dopo la Pasqua
, i frati francescani hanno celebrato la solennità
dell’Ascensione del Signore, custodendo una tradizione antichissima che si rinnova ogni
anno con straordinaria fedeltà. La sera precedente si tiene una veglia notturna: vengono
montate le tende accanto al piccolo santuario e, sotto il cielo di Gerusalemme, si resta in
preghiera nel luogo da cui Cristo è asceso al Padre.Ho avuto la grazia di partecipare a
questa liturgia. Pregare sul Monte degli Ulivi, con lo sguardo rivolto al cielo, significa
lasciarsi avvolgere da una pace profonda. In questo luogo santo il tempo sembra fermarsi
e il Vangelo diventa esperienza viva.
Scendendo verso Gerusalemme, da lontano ho intravisto una folla vestita di bianco
che sventolava bandiere israeliane: un impatto visivo fortissimo. Migliaia di giovani,
arrivati da tutto il Paese, cantavano e danzavano in gruppi di studenti e studentesse. Nei
parchi della città, organizzazioni pacifiste avevano allestito spazi per famiglie e bambini
con giochi, picnic e attività ricreative, nel tentativo di far respirare un clima di festa. Era
il Jerusalem Day
. Le vie del centro erano gremite di persone, quasi impossibili da
attraversare. Nella Città Vecchia ho incontrato alcuni israeliani che, come gesto di pace,
regalavano un fiore agli arabi incontrati per strada. In quel semplice dono si racchiudeva
un messaggio bellissimo: il desiderio di amicizia e la volontà di custodire
Gerusalemme come città dell’incontro e non della divisione.
Ma, scendendo verso la
città, il contrasto si è mostrato in tutta la sua drammaticità.
Il 14 e il 15 maggio Gerusalemme vive giornate dense di significato storico e simbolico.
Da una parte, molti israeliani celebrano il Jerusalem Day, che ricorda la riunificazione
della città dopo la guerra del 1967. Dall’altra, il popolo palestinese commemora la
Nakba, la “catastrofe”, che evoca l’esodo e la perdita della propria terra nel 1948.
Due memorie. Due narrazioni. Due ferite ancora aperte.
Ma ciò che accade oggi sembra andare oltre la semplice commemorazione storica.
Accanto ai tanti che desiderano vivere un momento di festa, non mancano gruppi di
coloni che trasformano la celebrazione in occasione di provocazione e di violenza
verbale. Si sono verificati episodi che hanno ferito profondamente la sensibilità dei
cristiani e di tutti coloro che riconoscono nei Luoghi Santi un patrimonio di fede e di
rispetto reciproco. Alcuni giovani coloni hanno compiuto gesti di disprezzo verso i
simboli della fede cristiana, arrivando persino a sputare sulla statua della Vergine
Maria
e ad assumere atteggiamenti offensivi nei confronti dei luoghi sacri.
Quella piccola statua della Madonnina, collocata davanti all’ufficio parrocchiale e
accanto alla sede degli scout, è molto amata dagli abitanti del quartiere. Ogni volta che vi
passavo con i pellegrini, ci fermavamo per una preghiera. Per questo quanto accaduto
assume una gravità ancora maggiore. Non si tratta soltanto di un atto di vandalismo, ma
di un’offesa a ciò che Maria rappresenta per milioni di persone nel mondo.
Rende ancora più doloroso questo episodio il fatto che, insieme a questi gruppi di giovani
coloni, vi fossero adolescenti e bambini. I più piccoli osservano e imparano da ciò che
vedono. Se assistono a gesti di disprezzo e di violenza, rischiano di considerare tali
comportamenti come normali e accettabili.Così l’odio si trasmette da una generazione
all’altra, invece di educare al rispetto, alla convivenza e alla pace. Il clima di tensione è
stato tale che diversi commercianti della Città Vecchia hanno preferito chiudere
temporaneamente i loro negozi, temendo che potessero essere presi di mira. È un segnale
preoccupante di come l’aggressività e l’intimidazione possano condizionare la vita
quotidiana e alimentare un diffuso senso di paura.
La devozione mariana in Terra Santa e’ molto forte, e anche i musulmani riconoscono
Maria, come figura di straordinaria purezza e fede. La sua immagine evoca tenerezza,
maternità, speranza e fiducia in Dio. Offendere Maria significa dunque ferire una
memoria condivisa e un patrimonio spirituale che ancora oggi continua a unire
popoli e tradizioni diverse.

In una città come Gerusalemme, chiamata a essere segno di incontro tra le religioni e
di pace tra i popoli
, simili gesti non possono essere sottovalutati. Essi rappresentano una
ferita non solo per la comunità cristiana, ma per tutti coloro che credono nella dignità
della persona, nel rispetto del sacro e nella possibilità di costruire un futuro fondato sul
dialogo e sulla reciproca comprensione. E tuttavia, proprio di fronte a questi atti di
intolleranza, i cristiani continuano a pregare. Continuano a custodire nel cuore il
silenzio, la speranza e la fiducia che il bene possa ancora prevalere.
Gerusalemme resta così una città sospesa tra cielo e terra, tra ferite e promesse, tra
memoria e futuro.

Forse questo è il suo destino e la sua vocazione: insegnare al mondo che la pace non
nasce dall’assenza dei conflitti, ma dalla capacità di attraversarli senza perdere la
speranza. 
 

Adriana Sigilli