Lettere dalla Terra Santa
Gerusalemme ti aspetta

Gerusalemme ti aspetta

13 settembre 2026 · Adriana Sigilli

Cari amici,

Questo settembre è un mese speciale in questa terra. Le feste ebraiche segnano il ritmo della vita della città: Rosh HaShanà, Yom Kippur e poi Sukkot.

Sono giorni di preghiera e riflessione, ma anche di famiglia, di incontro e di condivisione. Le case si preparano e anche la tavola racconta queste ricorrenze: le mele con il miele, i melograni, i piatti della tradizione. Piccoli gesti che custodiscono una storia e che, di generazione in generazione, continuano a raccontare una cultura e una fede. È bello scoprire questa terra anche attraverso queste cose semplici. Io amo questa terra anche per questo: perché mi ricorda che Dio si incontra nelle grandi cose, ma anche nella quotidianità, nella famiglia, nella preghiera e nella condivisione.

Questa mattina, appena arrivata a Gerusalemme, la prima cosa che ho fatto è stata andare al Santo Sepolcro. È una consuetudine che porto nel cuore: arrivare, salutare il Signore, fermarmi in preghiera e ricordare tutte le persone che mi hanno affidato una preghiera. La strada verso il Santo Sepolcro attraversa i vicoli dell’antico suk e del Quartiere Cristiano.

Ancora una volta ho incontrato i commercianti seduti davanti ai loro negozi.

Sono soprattutto anziani, volti che conosco da anni. Oggi hanno il volto stanco. Non ti chiamano più, non insistono per mostrarti qualcosa. Qualcuno ti fa semplicemente un cenno con la mano, quasi timidamente, invitandoti ad entrare. Mi sono fermata a parlare con un commerciante di incenso e articoli religiosi. Il suo è un negozio storico, conosciuto da tanti pellegrini. Mi ha detto che stanno seriamente pensando di lasciare il Paese. È difficile ascoltare queste parole. La settimana scorsa, però, la città ha vissuto per pochi giorni un’atmosfera diversa. In occasione della festa dell’Assunta della Vergine Maria, celebrata dalla Chiesa ortodossa, molti cristiani ortodossi della Palestina hanno ricevuto il permesso di raggiungere Gerusalemme e i Luoghi Santi. Famiglie che hanno potuto ritrovarsi, pregare insieme e vivere la loro festa nei luoghi della propria fede. Un papà di Betlemme, ha raccontato che, quando è tornato a casa, sua figlia di quattro anni, che aveva visto Gerusalemme per la prima volta, gli ha chiesto: «Papà, quando ci torniamo? Possiamo chiedere ancora un permesso per ritornare?» Una domanda semplice.

Ma dentro quelle parole c’è tantissimo: la meraviglia di una bambina, il desiderio di tornare e la consapevolezza che una città così vicina può essere, allo stesso tempo, difficile da raggiungere.
Forse è anche questo il significato delle feste: ritrovarsi, tornare insieme nei Luoghi Santi, sentirsi comunità. Poi quei pellegrini sono ripartiti e le strade del Quartiere Cristiano sono tornate quasi vuote. Arrivando al Santo Sepolcro, il piazzale sembra quasi un cantiere. Sono in corso i lavori di restauro: marmi catalogati, polvere, materiali da ricollocare, parti della pavimentazione interessate dai lavori. Anche il grande portone è in restauro. Eppure, appena varchi quella soglia, qualcosa cambia. Il rumore della piazza rimane alle spalle e dentro si respira un’atmosfera completamente diversa. Ci sono poche persone, pochi pellegrini. Davanti alla Lastra della Deposizione mi fermo per un momento, come faccio sempre, e poi proseguo verso la Tomba. Ed è proprio lì che incontro un volto che conosco. È un anziano di una delle due famiglie musulmane che da secoli custodiscono le chiavi del Santo Sepolcro. Mi riconosce, mi viene incontro e mi saluta con affetto. Poi, quasi senza dire altro, mi mette in mano due candele.«Accendile». Le prendo e gli prometto che una preghiera sarà per lui. Penso a quell’uomo che, da tanti anni, ogni mattina si siede all’ingresso del Santo Sepolcro e saluta con discrezione i pellegrini che entrano. Oggi sono pochi. Ma lui è lì, come sempre. Continuo il mio cammino e mi avvicino alla Tomba. Ed è qui che accade qualcosa che ancora oggi non riesco a spiegare completamente.

Fuori ci sono la polvere, i lavori, i rumori, le strade quasi vuote e quel senso di smarrimento che accompagna questi giorni. Qui dentro, invece, sembra crearsi una bolla. Una bolla di silenzio, di preghiera, di spiritualità, di mistero. Mi fermo davanti alla Tomba di Cristo. È vuota. E forse è proprio questo il cuore di tutto. La Tomba è vuota, ma continua ad accogliere le domande, le speranze, le paure e le preghiere di milioni di persone. Rimango lì qualche minuto. Penso a tutti coloro che negli anni si sono inginocchiati nello stesso luogo, ai pellegrini che hanno portato qui le loro intenzioni, alle persone che mi hanno chiesto di ricordarle nella preghiera. Oggi siamo in pochi.

Tre turisti indonesiani scattano qualche selfie all’interno della Tomba, felici di essere riusciti ad arrivare fin qui. Li guardo e penso a quanto sia strano questo luogo: così vuoto e, nello stesso tempo, così pieno. Pieno di storia. Pieno di fede. Pieno di preghiere. Rprendo il cammino attraverso le antiche viuzze della Città Vecchia. È come percorrere un piccolo labirinto. Quando arrivo verso la Porta di Jaffa, la luce è accecante. E tutto cambia ancora. I clacson delle auto, la musica, la gente che corre, i ristoranti pieni, i negozi affollati. La città moderna è viva. Le famiglie si preparano alle festività, fanno gli acquisti, preparano le case e le tavole. E penso a come le feste sappiano davvero segnare il ritmo di questa città: un tempo per fermarsi, pregare, ritrovarsi e celebrare. A pochi metri di distanza, però, nel Quartiere Cristiano, c’è chi continua ad aspettare. I commercianti aspettano di poter tornare a lavorare, di riaprire le porte dei loro negozi, di rivedere le strade piene di persone. E penso ancora a quella bambina di quattro anni: «Papà, quando ci torniamo?» Forse è questa la domanda che dobbiamo ascoltare. Perché venire in Terra Santa non significa soltanto vedere i Luoghi Santi.

Significa incontrare le persone che questa terra la abitano. Significa condividere una preghiera, sostenere una comunità, far sentire che non sono sole.
Gerusalemme non ha bisogno soltanto di essere raccontata. Ha bisogno di essere vissuta.

E allora, uscendo questa mattina dal Santo Sepolcro, mi sono detta ancora una volta: Gerusalemme ti aspetta. Aspetta i suoi pellegrini. Un abbraccio dalla Terra Santa  

Adriana Sigilli